IL VOLTO, DIARIO DELLA NOSTRA VITA

on 09 20, 2009

Il mito vuole che Narciso vedendo il suo volto riflesso dall’acqua di uno stagno se ne innamorasse… Non è questo il modo o lo scopo con cui vi invitiamo a guardarvi allo specchio. Il “modo” giusto è osservare attentamente le forme del vostro viso ed interpretarle allo “scopo” di scoprire chi siete realmente, al di là di quel che credete di essere.
Francesca Giomo e Daniel Tarozzi
Molte volte, guardando qualcuno conosciuto da poco, può capitare di provare una istintiva simpatia o un’antipatia immediata, apparentemente irrazionali. Spesso, nel tentativo di giustificare un giudizio apparentemente avventato, si tende a ricorrere ad espressioni del tipo: “aveva proprio una faccia buona”, oppure “era un tipo inquietante, non mi convinceva affatto”, o addirittura “appena l’ho visto mi ha fatto paura!”.

L’atto di guardare l’altro implica un’azione conoscitiva; costituisce un’occasione per ricevere, a volte inconsapevolmente, informazioni non solo su chi ci sta di fronte, ma anche su noi stessi. L’osservare gli elementi attraverso cui interagiamo con la realtà – gli occhi, la bocca, il naso, le forme che intercorrono tra l’uno e l’altro e il contesto in cui convivono – è per l’uomo, sin dalla notte dei tempi, un’esigenza primaria che corrispondeva e corrisponde tuttora alla necessità di rispondere alle domande fondamentali sul suo “esserci”: “Chi sono? Da dove vengo? Dove vado?”.

Da questa esigenza primaria di trovare un punto di unione tra l’evidente (la fisicità) e l’invisibile (ciò che è dentro), si è sviluppata nel corso dei secoli la Fisiognomica, una disciplina che ha avuto il merito di portare l’attenzione sui tratti del viso e sulla loro corrispondenza con il carattere della persona presa in esame, ovvero sulla corrispondenza tra anima e corpo. Già con Aristotele il legame tra carattere e costituzione fisica era oggetto di studio, ma è durante l’Illuminismo che la Fisiognomica prende “scientificamente” forma con J. K. Lavater.

Da questo momento in poi tale disciplina è stata spesso una fonte alla quale attingere per dar vita ad ulteriori teorie. Tra queste, in particolare, ha fatto molto parlare di sé “l’Antropologia criminale” di Cesare Lombroso (1835–1909), secondo il quale particolari tratti anatomici erano indice di anomalie nello sviluppo del soggetto e di un suo arresto a stadi poco progrediti; quindi, tali tratti somatici venivano ritenuti segnali emblematici di un “carattere” propenso per natura alla criminalità, in quanto primitivo.

Un aneddoto racconta che, secondo Lombroso, lo scrittore L. Tolstoj, a causa delle sue “terribili sopracciglia”, fosse un degenerato. Spesso, per mancanza di informazione, si è teso ad identificare Cesare Lombroso con la Fisiognomica, fatto che, indubbiamente, ha contribuito a diffondere quel senso di scetticismo preventivo di fronte all’idea che si possano determinare corrispondenze tra i lineamenti del volto e la personalità di un individuo. Lasciandoci alle spalle l’Antropologia criminale, sempre dalla Fisiognomica, come sua naturale evoluzione, circa 70 anni fa si è formata, attraverso gli studi di Louis Corman (1901-1996), medico pediatra e psichiatra francese, la “Morfopsicologia dinamica” così chiamata proprio perché studia il volto nella sua totalità, nella sua evoluzione e nei suoi cambiamenti quotidiani.

Con tale disciplina non si cerca di divinare il futuro di una persona, ma si analizza il passato e il presente “scritti” sul volto di ognuno di noi. Affascinante e complessa, facile da apprendere nelle sue basi, la Morfopsicologia dinamica è, tuttavia, poco agevole da applicare senza una adeguata esperienza. Si tratta, infatti, di una “scienza” che tende ad abbracciare l’essere umano nella sua infinita complessità, nelle sue innumerevoli sfaccettature, nelle sue meravigliose contraddizioni.

Siamo, dunque, lontani anni luce dalle pericolose e generiche conclusioni cui era giunto Lombroso. Secondo la Morfopsicologia dinamica, quindi, non hanno più senso le “terribili sopracciglia” di un Tolstoj se non all’interno di un contesto in continua trasformazione.

Allo stesso modo, la forma degli occhi ha un significato se inserita in una determinata fronte la quale, a sua volta, va analizzata tenendo in considerazione il naso, la bocca e l’estensione dei piani in cui questi elementi sono compresi.

Man mano che si apprende la disciplina, termini astratti diventano concreti e il viso diviene un insieme di simboli che, messi in relazione tra loro, formano un vero e proprio linguaggio; una lingua affascinante e misteriosa che cerca di comunicarci il più importante dei messaggi: chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo.

Secondo la Morfopsicologia dinamica, il nostro volto è diviso in tre piani: il piano cerebrale (la fronte, gli occhi e le tempie), il piano affettivo (il naso, gli zigomi e le guance), il piano istintivo (la bocca, la mascella e il mento). Questi tre piani, relazionati tra loro, raccontano lo sviluppo delle diverse componenti in un determinato individuo mostrandoci quale sia il piano dominante (quello che dà l’impronta alla personalità) e quale, tra i piani di servizio, il più trascurato.

Gli occhi, il naso e la bocca sono i ricettori, attraverso i quali un individuo si relaziona con il mondo. Osservando la forma di questi ricettori, la loro grandezza, il rapporto che essi hanno con il piano di riferimento ed ulteriori piccole caratteristiche, si può scoprire quanto una persona sia aperta o chiusa sui diversi piani e quanto sia disposta a dare o a ricevere e così via.

Ogni volto deve essere analizzato considerando l’età dell’individuo cui appartiene. I tratti di un viso rotondo, con carni morbide e abbondanti, occhi tondi, naso aperto e bocca carnosa e semiaperta rappresentano la norma se appartengono ad un lattante. Queste caratteristiche morfologiche, infatti, ci parlano di apertura alla vita, di crescita, di espansione, ovvero modalità di interazione con la realtà che appartengono, per natura, a un bebè.

Ugualmente rappresentano la norma le forme opposte del viso di un vecchio prossimo alla fine della vita: viso allungato, rinsecchito, con occhi semi chiusi e incavati, naso chiuso, aquilino e bocca serrata. Meno aderenti alla norma, invece, dal punto di vista morfopsicologico, sono le persone anziane il cui viso è dilatato e così i ricettori (come le attuali generazioni di anziani), elementi che esprimono un’età che anagraficamente avrebbero dovuto vivere al principio della loro vita, non alla fine.

Uno degli aspetti più affascinanti della Morfopsicologia dinamica è costituito dalla semplicità del suo modello, unitamente alla complessità della sua applicazione. La semplicità del suo modello permette un’analisi comparativa grazie alla quale lo studioso non solo può prendere in esame il volto di una persona ma, allo stesso tempo, può valutare il momento storico di una determinata popolazione.

Osservando, infatti, l’evoluzione genetica dei diversi popoli nelle varie aree geografiche e mettendola in correlazione con quella culturale si noterà come nei volti siano “scritti” i loro comportamenti predominanti.

Ad esempio, i laboriosi ed obbedienti Cinesi, concentrati (secondo la Morfopsicologia, definiti anche bulldozer) stanno diventando la più grande potenza economica del Pianeta. Non è così per i miti e pacifici Aborigeni che, essendo prevalentemente dilatati atonici, stanno rischiando l’estinzione perché non sono in grado di difendersi dagli “invasori”. Ed ancora: se analizziamo i volti di una popolazione prima e dopo una rivoluzione o un sommovimento socio-politico, noteremo un evidente cambiamento nei tratti predominanti di gran parte degli individui appartenenti a quella determinata popolazione.

Molte persone, sentendo parlare di Morfopsicologia dinamica storcono il naso. E fanno bene! Un sano scetticismo è fondamentale di fronte al dilagare di quelli che sul nostro portale (vedi link) sono stati definiti “i nuovi mercanti del tempio”. Spesso, la prima reazione di fronte a discorsi del genere è quindi di chiusura o ilarità. Eppure noi tutti, quando incontriamo una persona che non vedevamo da tempo, notiamo cambiamenti evidenti sul suo viso che ce ne raccontano il vissuto. La Morfopsicologia dinamica non fa altro che analizzare queste storie. Essa, infatti, esamina il modo in cui ogni piccola storia da noi vissuta lascia il segno sul nostro viso, esattamente come su di noi agiscono le intemperie, gli anni e le cicatrici. Non c’è quindi nulla di magico o di divinatorio. La base della Morfopsicologia è la più semplice delle attività umane: l’osservazione.

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